Gli abitanti di Saturno

Era la notte di San Valentino. La coltre di silenzio lacerata da urla apuntuali come i rintocchi di un cu’ cu’ sballato, il buio segnalato dalle luci di emergenza come la pista di un aeroporto abbandonato. Una risata lontana era l’eco di una dimensione parallela. Il Signore col bastone, sciolto in una pace artificiosa, dormiva vestito. Senza coperte. A cinque metri da me. Scarpe nere con tacco, pantaloni neri, impermeabile nero. Mani incrociate sul petto. I guanti di cotone bianco galleggiavano sul suo petto oceanico, seguendo la corrente del respiro, come una boa di segnalazione. Attenzione, qui sotto, c’è un cuore. Io uscii dalla stanza cercando di non fare rumore. Sigaretta già in bocca, varcai la soglia ma non chiusi del tutto la porta. Lasciavo un varco o una speranza. Forse solo un’illusione. Un fascio di luce partiva dai guanti bianchi del Signore con il bastone, rimbalzava sul muro bianco del corridoio e si liberava oltre la finestra come una bolla di Ryu. Io strisciai pochi passi scalzi, in direzione sinistra e fu li’ che lo vidi. Davanti alla finestra nell’angolo. Quella grande. Mani a taglio, ad angolo retto, viso appoggiato ai due indici, pollici sopra le guance, occhi persi in un binocolo immaginario.

– Che cosa fai?
– Aspetto i miei amici alieni.

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