I ragazzi del quartiere Arcella

Di fianco a casa dei miei genitori c’è un Parco privato delizioso, ring d’infanzia di tanti bambini imolesi, nati tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta. Il boom economico, la quiete, le case di nuova costruzione, avevano attirato in quell’oasi rettangolare lontana dal traffico, moltissime giovani coppie, più o meno benestanti, desiderose di covare la loro prole, sicure che non ci sarebbe stato nido sicuro o posto migliore. Fu così che nascemmo tutti quanti, quasi contemporaneamente, con un coetaneo per ogni pianerottolo e un pallone di cuoio per ogni palazzo.

In quel Parco, con la P maiuscola, ci sono tornato l’altro giorno, estate 2018, ed è stato un tuffo al cuore. Dopo anni di inattività, avevo deciso per una partita a tennis, con un vecchio amico, un po’ per compagnia, un po’ per illudermi di poter dimagrire – da domani… –  un po’ per misurare la mia capacità polmonare minata dal tabacco, vista la mancanza di uno spirometro a portata di mano. Di necessità, virtù. Sicuro che il vecchio campo in terra rossa sarebbe stato vuoto, avevo prenotato lì, la mattina stessa, per l’ora di punta 18/19, fascia oraria che in altri circoli avrebbe richiesto una prenotazione anticipata, tanto quanto un affare con una compagnia aerea low cost. Io, però, amo ancora improvvisare e il campo dell’Arcella sapevo avrebbe fatto al caso mio. Mia madre, che è donna previdente e preveggente, mi fece trovare le chiavi del cancello d’ingresso, nella buchetta della posta della vecchia casa. Così, una volta recuperate, mi diressi all’entrata del Parco, in anticipo come sempre, in attesa dell’amico. Dopo anni, mi ritrovai ad osservare il vecchio Parco, con gli occhi d’adulto. Tre anziani erano seduti sulle vecchie panchine gialle all’ombra del cedro, sorvegliati da una badante. Tutto sembrava un po’ più piccolo, soprattutto l’altezza della vecchia collina, fatta con la terra di riporto. Per il resto, il Parco era vuoto. Lì, dove era impossibile, causa le nostre partite di calcio, che sembravano destinate a non finire mai, era cresciuto un verde prato deserto.  Io ricordavo polvere, terra e rumore di piedi. Avevo ricordi marroni.

  “Lì, dove non c’era l’erba, ora c’è”

  Cantai.

Appeso alla recinzione, il vecchio cartello, che stabiliva a chi fosse permesso l’accesso, era stato sostituito da uno nuovo. Le discriminanti, sempre le stesse. Io, per diritto di nascita, godevo ancora del privilegio.

Vietato ai non condomini o non residenti, alle biciclette, ai veicoli a motore, ai cani.

C’era però un cartello ulteriore, che mi colpì, come una triste novità. C’erano due fasce orarie ben definite 8,00/12,00 e 14,00/23,00 e l’uso dei campi – calcio, pallacanestro, tennis, pallavolo – era inibito ai minorenni non accompagnati dai genitori.

Che stupidaggine, pensai. Divenni subito triste. L’unica cosa che mi confortò, fu pensare a quanto ero stato fortunato. Ad essere bambino in quei tempi là.

Noi dell’Arcella rientravamo solo per i pasti o per Ken Shiro, ascoltavamo la musica dallo stereo che Baracca portava sulla spalla, tiravamo tardi fino oltre mezzanotte perché non finiva mai… la barzelletta della Yellow Pecora. Sudati, sporchi, chiassosi, allegri, tutti sopravvissuti. All’epoca, il Parco era sorvegliato dal solo giardiniere Monduzzi – te lo buco, quel pallone – e si univano a noi, anche ragazzi da “fuori”, da oltre il confine del quartiere. Essi erano accolti, da noi Bambini Possessori della Chiave, con orgoglio ed entusiasmo. Qualcuno di questi forestieri, molto più grande, finiva sempre per conquistare Patrizia. Io un po’ rosicavo, sicuro che non mi sarei elevato mai, rispetto al mio status di migliore amico.

Ma chi se ne fregava!

Noi bambini dell’Arcella eravamo più pratici che maliziosi e quelle richieste di “ospitalità” costanti, erano moneta nel nostro sistema economico   – puoi dire a Monduzzi che oggi pomeriggio tu sei a fare i compiti da me… se mi fai provare Wonder Boy. Quei continui accessi permettevano sfide 8 contro 8 nei 70 metri polverosi con le porte bianche, senza rete, a tutte le ore del giorno. Un lusso, in ogni terrestre città. In quel parco o in quei tempi, il bullismo non era elevato a dramma sociale, i genitori non accompagnavano o non controllavano… per esplicito divieto dei minori. La raccolta di compagnia avveniva casa per casa, campanello per campanello:

“Scendi?”

“Porti il pallone?”.

  In quel parco o in quei tempi, i soprannomi, odiosi o divertenti, non erano scritti dietro le maglie, come i nomi dei campioni di oggi, ma definivano la nostra identità più di un battesimo. Birillo, Alotto, Schei, Fabio Capello, Pesce Lesso, Terreno Fertile, Bimba Pisciona, Bimbo Elettrico, Bimbo Biondo e Martino lo Zombie senza Pistolino.

Toglicaccheri, il mio.

Non facile, con quel soprannome… conquistare Patrizia.

Il più scarso stava in porta – io o Daniela – il più bravo faceva il capitano, il padrone del pallone era Re.

Fine di ogni regola.

Quel parco era talmente magico che d’estate, prima di partire per le vacanze al mare, eravamo tutti tristi.

Ora vi svelo un segreto.

  A calcio ero una pippa, a basket una schiappa, a pallavolo una chiavica, alla tedesca non ho mai fatto un gol di tacco e a muretto tiravo troppo piano. Però ho sempre vinto a nascondino. Scavalcavo il cancello, attraversavo la strada e oltrepassavo il confine. Salivo una scaletta e mi sdraiavo naso all’insù sopra il tetto del mio camper parcheggiato. Aspettavo 15 minuti, controllando lo Swatch e contando le stelle. Sognavo quel bacio che all’epoca non avevo ancora ricevuto chiedendomi sempre se sarei stato all’altezza (e chissà se lo sono stato). Poi, scaduto quel tempo, tornavo sui miei passi e mi facevo scoprire, sicuro che non avrei contato.

L’importante era continuare a giocare.

Tana o non tana eravamo liberi tutti.