Gli abitanti di Saturno

Era la notte di San Valentino. La coltre di silenzio lacerata da urla apuntuali come i rintocchi di un cu’ cu’ sballato, il buio segnalato dalle luci di emergenza come la pista di un aeroporto abbandonato. Una risata lontana era l’eco di una dimensione parallela. Il Signore col bastone, sciolto in una pace artificiosa, dormiva vestito. Senza coperte. A cinque metri da me. Scarpe nere con tacco, pantaloni neri, impermeabile nero. Mani incrociate sul petto. I guanti di cotone bianco galleggiavano sul suo petto oceanico, seguendo la corrente del respiro, come una boa di segnalazione. Attenzione, qui sotto, c’è un cuore. Io uscii dalla stanza cercando di non fare rumore. Sigaretta già in bocca, varcai la soglia ma non chiusi del tutto la porta. Lasciavo un varco o una speranza. Forse solo un’illusione. Un fascio di luce partiva dai guanti bianchi del Signore con il bastone, rimbalzava sul muro bianco del corridoio e si liberava oltre la finestra come una bolla di Ryu. Io strisciai pochi passi scalzi, in direzione sinistra e fu li’ che lo vidi. Davanti alla finestra nell’angolo. Quella grande. Mani a taglio, ad angolo retto, viso appoggiato ai due indici, pollici sopra le guance, occhi persi in un binocolo immaginario.

– Che cosa fai?
– Aspetto i miei amici alieni.

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2018_12_01 / del nulla

Ci sono momenti in cui l’umanità mi sembra semplicemente una ressa, la socialità divertente come una coda in autostrada. Ci sono settimane in cui ribollo come il pentolone di Panoramix, in cui lascio scappare i pensieri come lanterne cinesi, senza afferrarli, perdendoli per sempre e lì. Ci sono serate come questa, un freddo cane, in cui odio tutti come ladri di ossigeno tranne magari tu. O tu. 

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Cadaques

Non credo facesse freddo. Certo era inverno, ma l’alba appena nata e il cielo terso regalavano tiepide sensazioni. Il camion della nettezza urbana sbuffava, sferragliava, lampeggiava e loro, i netturbini, erano gli attori del mio teatro improvvisato. Un operaio, nascosto da una sciarpa, aveva appena abbandonato l’idea quotidiana di una rapina in banca e a piccole nuvolette proseguiva verso quella fabbrica che dicevano fosse anche sua. Mia moglie era occupata in quello che a me non riusciva, la mia sigaretta era appena finita. Mi alzai dalla sedia per svuotare il posacenere. La vecchia sedia a dondolo cigolò, come le articolazioni delle mie ginocchia assopite.

Ne devo comprare una nuova Continua a leggere Cadaques

I ragazzi dell’Arcella

Di fianco a casa dei miei genitori c’è un parco privato delizioso, ring d’infanzia di tanti bambini imolesi nati tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta. Il boom economico, la quiete della zona e le case di nuova costruzione avevano attirato in quell’oasi rettangolare lontana dal traffico, in fondo ad una strada chiusa e larga come la pista di un aeroporto, moltissime giovani coppie più o meno benestanti, desiderose di covare la loro prole, sicure che non ci sarebbe stato nido più sicuro o posto migliore nel mondo. Fu lì che praticammo i primi passi di vita, tutti quanti noi, quasi contemporaneamente, con un coetaneo per ogni pianerottolo e un pallone di cuoio per ogni palazzo. Continua a leggere I ragazzi dell’Arcella

2019_03_18 / di Neverland

L’insegna della concessionaria mi guarda fissa e muta con i suoi iridi blu cobalto. Saremo faccia a faccia per le prossime 6 ore, telefono permettendo, come in una sfida infantile, dove perderà chi avrà distolto lo sguardo per primo. Io perderò sempre. Da qui leggo distintamente… “EDAUTO”, le altre lettere sono coperte dagli infissi della porta d’ingresso dell’edificio che mi contiene. Continua a leggere 2019_03_18 / di Neverland