Cadaques

Non credo facesse freddo. Certo era inverno, ma l’alba appena nata e il cielo terso regalavano tiepide sensazioni. Il camion della nettezza urbana sbuffava, sferragliava, lampeggiava e loro, i netturbini, erano gli attori del mio teatro improvvisato. Un operaio, nascosto da una sciarpa, aveva appena abbandonato l’idea quotidiana di una rapina in banca e a piccole nuvolette proseguiva verso quella fabbrica che dicevano fosse anche sua. Mia moglie era occupata in quello che a me non riusciva, la mia sigaretta era appena finita. Mi alzai dalla sedia per svuotare il posacenere. La vecchia sedia a dondolo cigolò, come le articolazioni delle mie ginocchia assopite.

Ne devo comprare una nuova

Dicevo sempre così. Ma la vecchia Dondolo era pur sempre la vecchia Dondolo, non è che potessi girarmi e puff… anche se l’avessi buttata. Ci sarebbe stato sempre mio nonno, con la coperta a scacchi sulle ginocchia, il giornale del mattino e il suo apostrofare quotidiano: “brènc ed ledar”. (Branco di Ladri)

– Come va l’Università?

– Ancora quattro esami… poi è finita

– Bravo, nella vita è importante essere qualcuno. Ti servono soldi per un paio di pantaloni nuovi. Io ne ho tanti che non uso più, puoi scegliere… ult…

– Ultimo grido!

Lo anticipavo sempre, a volte solo muovendo il labiale o scuotendo il mio caschetto di spaghetti fini, tentando di fargli capire che non a tutti gli strappi serve una toppa, ma invano. Solo ora, che nessuno ero diventato, sorridendo al ricordo, capii che le mode passano solo nella mente degli stilisti, mentre le nostre tendenze rimangono quelle dei giorni in cui eravamo felici. O giovani. Forse immortali.

Appoggiai il posacenere vuoto sul tavolo della cucina e approfittai per vedere come stava. Alice. Percorsi il corridoio con passi silenziosi e scalzi. “I Girasoli” di Van Gogh, “Le tre età della donna” di Klimt, “Il Bacio” di Hayez. Fiori, donne e innamorati accompagnavano il mio cammino felpato, sicuri del sostegno che vorremmo avere tutti noi. Anche se solo di un chiodo.

Lei dormiva. La flebo gocciolava un tempo che sembrava non esistere più o non avere importanza. Io non riuscii a trattenere una lacrima. In quel periodo mi capitava spesso, tutte le volte finivo per disprezzare la mia debolezza. La mia mano, nello sfiorarle la fronte, sembrò prendere fuoco e le mie labbra, nel baciarle la gota non appoggiata al cuscino, cercavano di trasmetterle, come per osmosi, quel rosso delicato che da tempo non la colorava più.

Chiusi gli occhi. Vidi fili di cotone gialli intrecciati dondolare al vento, cullare tra due alberi il riposo di un guerriero invisibile. Tornai lì, sotto quel sole di luglio, in mezzo al vociare delle cicale.

– Ho il cancro e sto per morire

Aveva detto, semplicemente, così. Due mesi precedevano le nostre nozze, l’acqua era calma, la spiaggia deserta, il sole stava per immergersi nel mare.

– Volevo che lo sapessi osservando lo spettacolo eterno, il ciclo infinito

Non le chiesi mai dove trovò la forza per non piangere, per non tremare, per non impazzire. Aggiunse solo:

– Andiamo a fare il bagno, uniamoci a loro

Rimanemmo in acqua per ore. Quel bagno spagnolo, il primo giorno della vacanza più bella della nostra vita, fu il suo insegnarmi come si possa accettare il destino, come sia stupido ostinarsi a stringere i braccioli di una poltrona da cui qualcuno vuole con forza trascinarti via. Scivolare, nel modo in cui lo stava facendo lei, fu la prova di più elevata spiritualità e di unione tra l’esistenza e il suo opposto a cui fui messo di fronte in tutta la mia vita.

Io, a quelle parole, reagii col silenzio, dell’insicurezza, del rispetto, dell’ammirazione. Trovai il coraggio per dire:

– Andiamo

Mi unii a lei in quel tuffo spagnolo, ci sfilammo il costume. Niente abbracci, sesso, baci, carezze. Semplicemente un bagno con occhi fissi al fondale, guardando pesci che mutavano in lucciole.

– Eccolo… e me l’indicava con la mano

Io mi immersi, come da bambino, ma dimenticai presto la preda designata per ribaltare lo sguardo verso la superficie del mare, che diventò cielo. Piccole bolle salivano invertendo il senso gravitazionale e tutti gli assiomi del mondo sembrarono capovolti. Raccolsi una stella marina e la portai in superficie.

Quella notte cenammo in un ristorante sul molo, due branzini con patate al forno, un buon vino, tante risate. Arrivammo tardi e tutto il locale diventò presto per noi. Una coppia camminava mano nella mano, a piedi scalzi sul bagnasciuga, le onde gorgogliavano, una vecchia barca di pescatori abbandonava la luce del lungomare per perdersi nel nero del mare aperto. Due gabbiani planavano cullati dalle correnti ascensionali.

Io e Alice non smettemmo mai di ridere, guardare e ricordare. Le scene più buffe, le gaffe imbarazzanti, il timido impaccio con cui l’avevo corteggiata da bambino. Eravamo vivi e la vita potevamo toccare. Il pesce fu squisito, il vino delicato. Una leggera brezza spense la candela al centro del piccolo tavolo. Io tirai dalla tasca l’accendino ma lei disse di lasciarla così. Ancora una volta, sembrava accettare il destino, ancora una volta, sembrava volermi convincere che non c’è mai nulla di sbagliato quando la natura decide di spegnere qualcosa.

La notte, dopo aver raggiunto il camper sostenendo l’un l’altro i nostri passi incerti e avvinazzati, Lei si addormentò dopo poco e solo in quel momento io realizzai che presto sarei rimasto solo. Solo in mezzo a una folla di un miliardo di persone sconosciute. Rollai una canna, uscii in veranda e al riparo dal suo sguardo iniziai a piangere tutte le lacrime della mia esistenza, desiderai prendere a pugni il mondo, quel maledetto cancro, la mia debolezza. Il vento si alzò, la veranda del camper incominciò a sbattere nervosa, le foglie volarono, la stella marina mi guardò impaurita da sopra il tavolino da campeggio. L’appoggiai sul mio palmo e con l’indice della mano destra iniziai a scorrere le sue punte, una dopo l’altra. Avanti e indietro. Dall’inizio alla fine. Dalla fine all’inizio. Dall’inizio alla fine. Al ritmo delle lacrime.

Cosa potevo fare? Solo restare.