2019_03_18 / di Neverland

L’insegna della concessionaria mi guarda fissa e muta con i suoi iridi blu cobalto. Saremo faccia a faccia per le prossime 6 ore, telefono permettendo, come in una sfida infantile, dove perderà chi avrà distolto lo sguardo per primo. Io perderò sempre. Da qui leggo distintamente… “EDAUTO”, le altre lettere sono coperte dagli infissi della porta d’ingresso dell’edificio che mi contiene. Potrei far scivolare le rotelle della poltrona leggermente più in là, per aver chiaro il nome del mio nemico, ma un po’ per pigrizia, un po’ per spirito di immaginazione, preferisco fantasticare. “INTRAVedauto”… sembra azzeccato? “PARALLELEPIPedauto”. No, troppo Poppins. “ALFREDauto” – molto Happy Days – “RISIEDauto”, decisamente concreto.

Oltre l’edificio il cielo è sempre più nero, come una notte d’inverno o come una premonizione. Tra le nubi uno squarcio luminoso, come la speranza che esiste sempre e troppo spesso non aspetto più. Un fascio di luce come se Zeus stesse guardando qui, annoiato, piedi sulle nuvole e testa sulla luna. Lui sarà annoiato, Io, che sono io e non Dio, lo sono molto di più.

Sempre più spesso la notte lotto con le mie scelte, sento le gambe formicolare. Vorrei scalciare, urlare, distruggere qualcosa. Il mare piatto, il tavolo apparecchiato, la bottiglia con dentro la Santa Maria, per liberare il messaggio o impedire all’America di essere scoperta.
Eppure rimane lì, tutta questa lotta, silenziosa e inerme. In attesa, davanti alla finestra o a questa porta, di un passaggio dell’ultima tra le ultime sigarette, verso l’Isola che non c’è.