160918

Oggi mi sono svegliato con un mal di testa che martellava come il trapano di un dentista. Con un male di vivere che nemmeno Baudelaire, Camus e Leopardi messi insieme. Verso le 19 ho sceso un Oki con un Gin Tonic, forse la più grande trasgressione da mesi a questa parte. Forse è per questo che ora riesco a scrivere dopo troppo tempo. 

Dalla canta Caruso, una fottuta motocicletta romba egoista – incurante di tutti gli altri – Gionni dorme dietro al Mac e non è proprio una novità. 

Anna come sono tante, Anna permalosa. 

Ora chiudo gli occhi e rivedo quella dannata luce rossa. Da piccolo era il mio colore preferito, forse lo è ancora anche se non lo indosserei mai. La luce rossa è sulla destra e io passo ai sessanta. 

Come ho potuto non vederla?

Ora sento un crash, ora la mia vita finisce lì, di ritorno lungo la via Emilia dopo l’asta del fantacalcio. Ora una moto colpisce il muso e il guidatore vola chissà. Ora un pedone si schiaccia contro il parabrezza e io vedo le sue mani aperte e i denti piantati sul vetro.  Ora freno dall’altra parte dell’incrocio, accosto sulla destra e guardo le mani tremare. Tremano ancora.

Come ho potuto? 

Mi sento la peggiore delle persone possibili anche se non è passato nessuno. Neppure una foto perché dopo le 20, neppure una punizione. Ritorno con la mente su quell’incrocio come ogni giorno da quando è successo. Penso banalmente alla volatilità della vita, all’inquietudine che mi provocano i trasferimenti, all’immobilismo a cui mi condanna la mia ipocondria.  Alla mia miopia. Alla mia testa che a volte si blocca e alla realtà  che smette di esistere.

Per fortuna.

Sono le 19.45 e  non capisco perché cazzo devono suonare le campane. 

Ho di nuovo mal di testa e anche un po’ di nausea. 

Penso alla mia vita che si limita alla sopravvivenza, al mio lavoro scevro di ogni soddisfazione, il lavoro della scimmia. Lavori forzati agli arresti domiciliari. Niente di più. Torno a trent’anni, forse venti. A quanto mi facevo vanto, a quella filosofia di vita che mischiava il monologo di Renton a quella canzone di De Andrè. 

Quello che non ho è una camicia bianca. 

A quaranta è la prima cosa che indosserò domani. 

Un’altra settimana. Come quella scorsa, come quella ancora prima. Come la prossima.

Mi faccio schifo. Come mi fa schifo questo testo.