Port Office

Al Port Office arrivai una mattina di fine Agosto quando fuori era ancora caldo. Indossavo una giacca da matrimonio, un paio di scarpe con i lacci arancio e una camicia bianca di quando ero ricco. Le istruzioni del mio capo erano state parche ma estremamente precise: “tu vai lì”.
Ed io ero andato.

Le prime cose che mi colpirono del Port Office furono la scrivania grande come un transatlantico e lo stesso errore di ortografia ripetuto 6 volte nell’elenco dei dipendenti. Lo scorsi velocemente e riconobbi subito alcuni nomi. Tirai un sospiro di sollievo: se avessi dovuto abbinare 80 nomi sconosciuti a 80 volti sconosciuti e se avessi dovuto farlo nel minor tempo possibile prima di farmi licenziare, conoscerne tre era già un buon inizio.

L’amico del mio amico, quella che non l’aveva mai data al mio amico – per essere precisi neppure a me – la compagna di liceo che non incontravo da 20 anni e che avevo messo in conto di non rivedere mai più. Sarebbe potuto succedere.

Ripensai alle nostre vite così diverse, alle nostre strade con destinazioni opposte che si erano incrociate di nuovo per proseguire parallele, magari non cinque anni ma di sicuro un’altro mese. Pensai a noi due: all’autostrada che corre costeggiata dallo stradello ghibellino. Pensai al mio banco in ultima fila e a quello una fila più avanti, pensai che lei sapeva già allora che si sarebbe laureata in economia, mentre io, che avevo deciso di iscrivermi ad ingegneria informatica per poi passare ad altro solo perché la mia ragazza mi aveva tradito con uno che si iscriveva lì, non sapevo neppure quando sarei cresciuto.
Pensai che nella vita servono idee chiare.

Due sconosciuti prendevano il caffè dietro una colonna, la donna delle pulizie finiva il turno ed io, ancora in anticipo di 20 minuti, fermo in piedi senza sapere se potevo sedermi già, ero felice. Senza farmi notare.

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