La sedia a dondolo

Ci sono momenti nella vita in cui si finisce a spostare la propria poltrona preferita.
La si piazza davanti alla finestra e può essere indifferentemente notte o giorno.
Dell’arrivo di quel momento nessuno avvisa e nessuno aspetta. Si finisce semplicemente soli.
Sopra una poltrona o una sedia a dondolo.
O una sedia.

Si lasciano le tapparelle abbassate, aperte in orizzontale, in modo che il vento le faccia sbattere e le schiaffeggi.
Pero’ si può guardare verso e attraverso.

Una bicicletta con campanello, uno sperduto pedone, una macchina che gira su se stessa lungo una rotatoria, due clienti in un bar.

In quei momenti, in cui sposti una poltrona, o una sedia a dondolo, o una sedia, si finisce però per non vedere niente.
Di stare solo a pensare.

“Perché l’ho fatto?”

Una domanda non da un milione di dollari ma da sigaretta che rimane accesa tra le dita, scrolla per terra e brucia i polpastrelli.
Sarà lei, la sigaretta, nel momento stesso in cui mollo la presa perché ne sento il bruciore, a farmi tornare cosciente.
O forse incosciente.

Il vento inizia a farmi freddo. Tremo leggermente di una nudità apatica ma il fumo della sigaretta continua a seguire i pensieri.
Più attivi (vento, pensieri e sigaretta) del mio fisico.
Piccole presenze umane nella sera che sta per arrivare si muovono come formiche inosservate.
Non fanno rumore.

Potrei tornare su quella domanda e provare a rispondere.

“Perché l’ho fatto?”

Potrei dire a tutti che sono uno stronzo. E tutti ci crederebbero.
Potrei dire che sono egoista. E qualcuno approverebbe sollevato. Potrei dire, semplicemente: “sono fatto così”
Sarebbe tutto più difficile. Come accettare.

La stanza è sempre silenziosa e la solitudine talmente spessa da cullarmi nell’idea che qualche cantante geniale morto di overdose, qualche poeta scappato in India, qualche pittore suicida o la signora decrepita che abita al piano di sotto, possa, ora, apparire come un fotogramma per poggiare una mano sulla mia spalla: “io ti ho capito”
Che mi ha scoperto.

A volte li sento parlare ma ormai non fanno più paura. Meglio delle voci che nessuna voce.

Le luci della città sostituiscono ora il sole nel natale perenne di cui si addobba il mondo al calare delle ombre.
Luci.
Che sia un’insegna, il faro di un semaforo, le scarpe di un bambino, che sia qualsiasi cosa, ma è sempre e comunque un colore definito.
Da bambino era il rosso. Come Babbo Natale.

Ci deve essere sempre, veramente, un motivo? Una definizione? Un contorno? Un confine?

Potrei spendere un sacco di parole, un sacco di energie, un sacco di soldi in analisi, ma non riuscirei mai a capire quale colore ha prevalso sugli altri.
Strati su strati di vernice.
Ogni tanto, però, possono formare l’arcobaleno.

Potrei dire semplicemente “non lo so”.
Potrei dire “era il 10 giugno”
E sarei stato sincero.

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *