Gli abitanti di Saturno

Era la notte di San Valentino. La coltre di silenzio lacerata da urla apuntuali come i rintocchi di un cu’ cu’ sballato, il buio segnalato dalle luci di emergenza come la pista di un aeroporto abbandonato. Una risata lontana era l’eco di una dimensione parallela. Il Signore col bastone, sciolto in una pace artificiosa, dormiva vestito. Senza coperte. A cinque metri da me. Scarpe nere con tacco, pantaloni neri, impermeabile nero. Mani incrociate sul petto. I guanti di cotone bianco galleggiavano sul suo petto oceanico, seguendo la corrente del respiro, come una boa di segnalazione. Attenzione, qui sotto, c’è un cuore. Io uscii dalla stanza cercando di non fare rumore. Sigaretta già in bocca, varcai la soglia ma non chiusi del tutto la porta. Lasciavo un varco o una speranza. Forse solo un’illusione. Un fascio di luce partiva dai guanti bianchi del Signore con il bastone, rimbalzava sul muro bianco del corridoio e si liberava oltre la finestra come una bolla di Ryu. Io strisciai pochi passi scalzi, in direzione sinistra e fu li’ che lo vidi. Davanti alla finestra nell’angolo. Quella grande. Mani a taglio, ad angolo retto, viso appoggiato ai due indici, pollici sopra le guance, occhi persi in un binocolo immaginario.
– Che cosa fai?
– Aspetto i miei amici alieni.
Giancarlo rispose senza concedermi uno sguardo, con la consapevolezza di chi, distraendosi, avrebbe potuto perdere l’attimo che sarebbe valso tutta una vita. Un crocefisso pendeva dal suo collo, la mano destra sgranava un rosario da polso.
– Posso aspettarli con te?
– Io sono un alieno rosa. Rispose.
– Io sono solo Fabrizio, non avevo mai conosciuto un alieno.
Sorrisi. Gli mostrai il pacchetto di Winston ma lui rifiuto’. Io appoggiai le mani al vetro e creai il mio binocolo. Ancora oggi, dopo tanti anni, quando guardo questa scena dall’alto dei ricordi non riesco a collocarla in uno spazio definito. Potevamo essere ovunque. Scrutavamo lo spazio, fuori dallo spazio stesso.
– Tu non ti chiami Fabrizio e dimentichi troppo spesso che non sei come loro. Io, al contrario, lo tengo sempre in mente.
Sentii un pugnale conficcarsi nello stomaco. Inizia leggermente a tremare. Giancarlo mi parlo’ del clima accogliente della Saturno estiva, dei colori delle varie razze che popolavano il pianeta, delle tensioni sessuali che distinguevano e categorizzavano gli abitanti. Ai Verdi piacevano gli uomini, ai Rosa le donne, ai Gialli qualsiasi cosa. Le donne erano azzurre e senza distinzioni. Poi parlo’ di suo padre e avrebbe potuto non smettere più. Io ascoltai in silenzio, senza un sorriso, senza una lacrima, senza avere mai l’impressione che mi stesse prendendo in giro. Mentre descriveva il suo mondo, capivo che non era così diverso dal mio. Lui cercava alieni con la fiducia di chi crede, io come lui, con molta meno fede e tanti nomi diversi. Nella mia vita, partendo dalla porta, avevo dribblato gli avversari come Renè Higuita, rimediato ad un doppio fallo con un ace di seconda come Ivanisevic, festeggiato un non-compleanno con il Cappellaio Matto, raccolto funghi con Marcovaldo, fumato una Winston con Gaber, De Andre’, Dalla e Gaetano, giocato alla roulette con Dostoevskij, scalato il mortirolo in mezzo ad ali di folla insieme a Marco Pantani.
– Giancarlo, io odio la vita…
Perche’ scorre, non si ferma mai, non mi aspetta quando ho il fiatone, perchè non c’è la moviola per capire se sono in fuorigioco. Odio la vita perchè non sono Peter Pan ma quel cazzo di coccodrillo con quella fottuta sveglia in bocca è legato, al guinzaglio, fuori dalla porta di casa mia. Odio la vita perchè finirà, come un film dei Coen, con un vaffanculo tra i denti che nemmeno ascolterò. Perche’ finirà.
– Io sono un’alieno rosa, non posso capirti. Io non posso morire…
Io lo guardai e, maledetto me, vidi solo Giancarlo.
Quella notte gli abitanti di Saturno arrivarono. Un lampeggiante arancione illuminò il buio fuori da quella finestra. Due bracci meccanici, troppo corti per arrivare fino lui, uscirono da una botola segreta sul tetto dell’astronave e sollevarono qualcosa. Giancarlo mi abbracciò, io piansi.
– Devo andare, o faro’ tardi. Odiano aspettare.

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