Francesismi

Tra le tappe più importanti lungo la formazione del mio pensiero c’è un episodio liceale che conservo sempre a memento. Durante l’ora di francese uno dei compagni dell’ultima fila, ripreso dal docente per aver tradotto “questa rosa qui” con “stà ròs quà”, replicò alla critica che veniva mossa lui:

“Sì, vabbè, ma se mi si fora la ruota del motorino… cosa me ne faccio del suo francese?”

Dall’altre file scoppiarono risate fragorose, dal mio banco partì un ghigno di superiorità, la professoressa si accese una Diana 100’s, lacrimò un paio di gocce dall’oeil gauche e intimò di aprire il manuale per iniziare la lettura ad alta voce, da pagina uno. Non l’aveva mai fatto prima e il manuale non ce l’aveva nessuno. Così come nessuno rispose (o lesse).

La domanda del compagno dell’ultimo banco può sembrare banale ma nella sua semplicità e immediatezza richiude in sé il seme di una critica pungente al sistema scolastico tutto e rimette in discussione millenni di letteratura; da giudicare, con coraggio, inutile o utile. In quel momento, in effetti, la risposta non l’aveva nessuno.

Questa mattina mi ero promesso di andare al lavoro un po’ prima perché avevo una scadenza da rispettare. Sceso nel parcheggio sotto casa ho impiegato 5 minuti a trovare la macchina che non ricordavo essere parcheggiata nell’igloo. Così, riscaldamento a palla e tergicristalli al massimo, ho spruzzato acqua sul vetro, come se il ghiaccio fosse sporco da spazzare via, sperando di velocizzare la situazione. Il termometro però segnava -2° e ho rimpianto istantaneamente tutte le mie lacune in fisica (o forse era biologia). La cultura, quindi, serve sempre e il francese, tanto bistrattato da quel giovane, può pure tornare comodo, anche se non sapremo mai come e quando. Per esempio… se ti smarriscono la valigia a Charles de Gaulle (tratto da una storia vera).

Comunque: il tempo stringeva e io non avevo ripassato il rimedio per il rimedio. Ho preso coraggio e sono sceso dalla vettura. Per non graffiare il vetro ho usato i polpastrelli, ho aperto un varco nel ghiaccio e sono partito. Mi è parso di essere alla guida di un sottomarino e quindi, per una migliore visione laterale, ho tenuto i finestrini abbassati.

Sono arrivato al lavoro sano e salvo, non ho ucciso nessuno e ho rispettato la scadenza. Fantastico. Evaso l’ordine, come meritato riposo, ho preso un caffè caldo alla macchinetta e mi sono tolto una tonsilla con la palettina dello zucchero, un po’ per prevenzione, un po’ perché, comunque, lo prendo sempre amaro.

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