Estate

Di fianco a casa dei miei genitori c’è un parco privato che ha fatto da ring all’infanzia di tanti imolesi. Nonostante la sorveglianza del temuto giardiniere Monduzzi arrivavano ragazzi anche da “fuori”, da oltre il confine del quartiere, ed erano tutti accolti da noi Bambini Possessori della Chiave con orgoglio ed entusiasmo. Quelle richieste di “ospitalità” donavano lustro al nostro regno e permettevano sfide 8 contro 8 in quei 70 metri polverosi con le porte bianche senza rete a tutte le ore del giorno. Significava che da noi si stava bene ed in fondo… c’era posto per tutti.

In quel parco il bullismo non era elevato a dramma sociale, i genitori non accompagnavano o non controllavano, la raccolta di compagnia avveniva casa per casa, campanello per campanello: “scendi?”, “porti il pallone?”.

In quel parco i soprannomi, odiosi o divertenti, non erano scritti dietro le maglie ma erano come nomi d’arte. Birillo, Alotto, Schei, Baracca, Fabio Capello, Pesce Lesso, Terreno Fertile, Bimba Pisciona, Bimbo Elettrico, Martino lo Zombie senza Pistolino, Toglicaccheri (il mio… e sopravvivevo senza l’analista). Un undici che nemmeno il Brasile di Garrincha. Il più scarso stava in porta, il più bravo faceva il capitano, il padrone del pallone era Re.

Quel parco era talmente magico che d’estate, prima di partire per le vacanze al mare, eravamo tutti un po’ tristi.

Bene: ora vi svelo un segreto.

A calcio ero una pippa, a basket una schiappa, a pallavolo una chiavica, alla tedesca non ho mai fatto un gol di tacco e a muretto tiravo troppo piano. Però ho sempre vinto a nascondino. Scavalcavo il cancello, attraversavo la strada e oltrepassavo il confine. Salivo una scaletta e mi sdraiavo naso all’insù sopra il tetto del mio camper parcheggiato. Aspettavo 15 minuti, controllando lo Swatch e contando le stelle. Sognavo quel bacio che all’epoca non avevo ancora ricevuto chiedendomi sempre se sarei stato all’altezza (e chissà se lo sono stato). Poi, scaduto quel tempo, tornavo sui miei passi e mi facevo scoprire, sicuro che non avrei contato.

L’importante era continuare a giocare.

Tana o non tana eravamo liberi tutti.

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