Alice

L’inverno di inizio secolo fu il più freddo della sua vita.
Alice aveva le guance arrossate dal freddo e l’alito caldo di tre piani di scale affrontati con una borsa della spesa e una confezione di bottiglie di acqua minerale.
Aveva da poco compiuto diciannove anni e non sapeva ancora se sentirsi donna o bambina.
Alice entrò nella casa vuota e trovò il caldo di un termosifone a scaldare il tepore giallo tiepido del muro dell’ingresso.
Appoggiò la spesa in cucina, nell’angolo, tra il forno e il frigorifero con i post it attaccati.
Alice abbandonò le mani su i tubi di metallo verniciati di bianco appena dietro la porta. Scorreva acqua bollente e il calore attraversò il corpo fino alle punte dei piedi. Non sghiacciò l’incertezza immatura, non calmò l’inquietudine latente di chi ha compiuto una scelta radicale ma rimane sempre con il dubbio dell’opposto.
Alice si sentiva sola. Come la sua cicatrice.

Una di quelle cicatrici che non smettono di far male per il semplice fatto che sono diventate Cicatrice.
Una di quelle cicatrici che nessuno può vedere.
Una di quelle cicatrici di cui non puoi sorridere ricordando buffamente un’infantile incoscienza.

Alice non era caduta da bambina. O forse.
Non si era aperta il mento contro lo spigolo di un tavolino da salotto scambiando una poltrona per uno scivolo. Non era stato un gioco e questo lo sapeva solo lei.
E Filippo.

Cinque anni e un po’ per amarlo. Molto. Per vederlo speciale, per accarezzarlo quando piangeva.
Il ragazzo di quinta che piangeva. Il ragazzo di quinta che durante l’intervallo era seguito con gli occhi dalle bambine di prima.
Un giorno Filippo era arrivato e lei era rimasta ferma contro il muro del pianerottolo. Il maglione di lana troppo lungo copriva le mani ma non l’imbarazzo del viso.

— Vieni anche tu alla festa a casa di Federico?
La prima sua frase.
— Dovevo avere proprio questo maglione buffo?
Il suo primo pensiero.

Alice era andata alla festa e lui l’aveva portata fuori dalla musica.
Baciata su un prato.
Per gioco, per vanto, per scommessa con il compagno di banco. Come avrebbe confessato lui stesso.
Appena dopo il bacio.
Sembrava sicuro. Non poteva sapere che quell’azzardo sarebbe diventato una vita.
O forse due. O forse tre.
O forse.

Filippo aveva iniziato a fumare canne a sedici anni e non aveva più smesso, era disordinato e ribelle, mai in equilibrio, sempre d’assecondare.
Filippo poteva urlare, stare in silenzio, appiccicarsi al computer, fumare, volere del sesso.
In qualsiasi momento e in ordine impreciso.
Filippo poteva sorridere. Sempre molto meno.
Filippo era una mezza stagione durante la quale non sapevi mai come vestire, nascosto dietro la sicurezza apparente dei suoi punti di vista.

Teoremi dimostrabili.

Filippo ascoltava De Andrè e Gaber, guardava i film di Risi o Monicelli e leggeva Exuperie e Nietzsche.

Filippo, che l’aveva coperta con tutti i suoi colori.

Di quella scelta, del bivio tra una vita e una ferita ne avevano parlato.
Ne avevano parlato ma non così a lungo come Alice avrebbe immaginato.

— Sono incinta.

Lei era rimasta sempre sul letto.
Filippo fumava il suo spinello di erba buona camminando e osservando il traffico dalla finestra.

— Possibile che non hai niente da dire?

Filippo iniziò la dimostrazione del suo teorema con la freddezza di una maschera, il cinismo di un avvocato, il nichilismo di chi ha creduto sempre in troppe cose finendo per non sperare più nulla.

Aveva concluso il discorso con un finale poetico.
— Non ora… ma in un mondo migliore.
Ma non aveva detto “quando”.

Poi il silenzio, il silenzio che segue un ragionamento, che ripete “cerca di stare calma”, che prova a capire cosa resterà di una scelta.

I quattro esami alla laurea di Filippo?
I quattro anni di Università che aspettavano lei?
Alice con Filippo?
Il tempo e quella scelta li avrebbero aspettati?

Il ragazzo alla fine, la bambina all’inizio.
Come al liceo. Come all’inizio della loro storia.
Troppo giovani, immaturi, ambiziosi.
Ancora troppo fragili. Ancora troppo figli.

Alice era sola e continuava a tornare su quel incrocio.
Filippo aveva camminato come un pedone presuntuoso e aveva attraversato con il rosso.
Lei aveva seguito lui.
Forse era stata costretta. Plagiata. Cieca.
Forse…
Non poteva tornare indietro. Non più. Mai.
Condivisibile, concepibile, razionale, probabile.
Bruciante.
Non c’era ragione. Rimaneva solo una frustata invisibile che Filippo sembrava non avere ricevuto. O inflitto.
Filippo era partito per Londra con le sue stupide cuffie da sfigato. L’aveva lasciata sul letto sicuro di ritrovarla sempre lì. Comunque.

Filippo sarebbe rientrato quel giorno. Alice avrebbe lasciato un biglietto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *